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Categoria: Mostre archiviate

Mostra | GEOGRAFIE DELLA SOLITUDINE. Gli arazzi di William Kentridge e i tappeti delle montagne.

a cura di Giovanni Valagussa

30 maggio 2025 – 13 luglio 2025

 

Dal 30 maggio 2025, MITA Centro Culturale presenta Geografie della solitudine, una mostra che mette in dialogo arte contemporanea e tradizione tessile per esplorare il rapporto tra figura e paesaggio, orientamento e spaesamento, geografia fisica e geografia interiore.

Curata da Giovanni Valagussa e realizzata in collaborazione con la Galleria Lia Rumma Milano/Napoli, la mostra riunisce le opere della celebre Porter Series di William Kentridge, artista sudafricano di fama internazionale. Nei suoi grandi arazzi realizzati su mappe cartografiche, Kentridge costruisce figure nere ed enigmatiche, cariche di oggetti e immerse in spazi vasti e silenziosi, evocando una profonda condizione di solitudine e disorientamento.

In dialogo visivo e concettuale, una selezione di tappeti Gabbeh e Sarab della Collezione Zaleski, provenienti dalle aree montane della Persia, introduce una narrazione parallela. Colori naturali, campi essenziali, motivi geometrici e figure minute raccontano un mondo istintivo e simbolico, lontano dalla decorazione fastosa e vicino all’esperienza del vivere e dell’erranza.

Più che un confronto formale, la mostra propone una riflessione condivisa sulla fragilità della condizione umana: tanto l’artista contemporaneo quanto il tessitore tradizionale utilizzano il tessile come strumento per rendere abitabile lo spazio, cercare una direzione, costruire una bussola emotiva.

Geografie della solitudine si inserisce nel percorso di ricerca di MITA Centro Culturale, che indaga il dialogo tra saperi antichi e pratiche contemporanee, facendo del tessile un linguaggio vivo, capace di parlare al presente.

30 maggio 2025 > 13 luglio 2025

Ingresso gratuito

Photo credit Wladimir Zaleski

Mostra | 1543 Il matrimonio del Secolo

a cura di Giovanni Valagussa

 

La mostra 1543 Il matrimonio del Secolo, a cura di Giovanni Valagussa, è frutto della collaborazione tra Fondazione Tassare e il Comune di Brescia. L’esposizione, allestita nella sede di MITA Centro Culturale, il Museo sostenuto dalla Fondazione Tassara, sarà inaugurata il 22 Marzo, in occasione delle ‘Giornate di Primavera’ del FAI e sarà visitabile fino al 4 maggio 2025. In mostra dipinti, incisioni, tappeti e arazzi sono testimoni del vivace clima culturale della Brescia di metà Cinquecento, che vide il ‘matrimonio del secolo’ tra Girolamo Martinengo di Padernello ed Eleonora Gonzaga di Sabbioneta. Si completa così il percorso culturale che Fondazione Tassara ha intrapreso con l’esposizione temporanea, L’ARRIVO DEI MAMELUCCHI. Tappeti mediterranei da Oriente a Occidente, a cura di Giovanni Valagussa, che mostra l’influenza dell’arte mamelucca in rari e unici esemplari di tappeti portoghesi, marocchini, spagnoli e abruzzesi.

Le opere in mostra, due delle quali sono di recente acquisizione da parte di Fondazione Tassara, potevano essere ammirate a Brescia nel 1543, anno delle nobili nozze, e furono commissionate e realizzate per celebrare lo sposalizio: capolavori a firma di grandi artisti del tempo, da Moretto a Romanino, insieme e Georg Pencz e Giovan Battista Moroni, che evidenziano come la Città vivesse con intensità e protagonismo questi anni di grande importanza dal punto di vista storico, politico, culturale e artistico.

Facendo perno sul 1543 e sugli eventi storici e culturali che in quegli anni riempivano le cronache, la mostra sottolinea l’importanza del tessile, sia nella tipologia del tappeto sia in quella dell’arazzo, per la città di Brescia e per i suoi protagonisti. Una sezione della mostra sarà dedicata alla riproduzione della Sala delle Dame di Palazzo Martinengo della Fabbrica, oggi Palazzo Salvadego: negli affreschi realizzati da Moretto è infatti possibile riconoscere il corrispettivo pittorico dei tappeti Damaschini e Mamelucchi, che per l’occasione saranno esposti a MITA. Il richiamo alla Sala delle Dame offre inoltre l’occasione per avanzare la proposta di individuare la mano di un giovane Giovan Battista Moroni, allievo di Moretto, in una delle figure delle Dame. Dall’altro lato l’esposizione propone un affondo specifico su Romanino, che sarà presente nel percorso espositivo sia con l’opera Il buon Samaritano – già riscoperta, acquistata e riportata a Brescia da Fondazione Tassara nel 2024 con la mostra Romanino e Il buon Samaritano. Il ritorno di un quadro scomparso (29 maggio – 14 luglio 2024) — sia con due dei sei arazzi eseguiti dal tessitore fiammingo Nicolas Karcher su cartone di Romanino stesso, realizzati nel 1543 in occasione del matrimonio. In mostra sarà così possibile ammirare, riuniti per la prima volta dall’asta del 1924 in cui la serie è stata separata, il Giudizio di Salomone, concesso in prestito dai Musei Civici di Varese, e Marte e Venere con Cupido, recente acquisizione da parte di Fondazione Tassara. L’arazzo esposto nella mostra Il Rinascimento a Brescia. Moretto, Romanino, Savoldo. 1512 – 1552 a cura di Roberta D’Adda, Filippo Piazza e Enrico Valseriati, invece di tornare nella disponibilità di un collezionista privato, grazie alla generosità dell’ing. Romain Zaleski, viene acquisto da Fondazione Tassara per essere restituito alla città di Brescia, nella convinzione che la collaborazione tra pubblico e privato sia la chiave del successo per il futuro artistico e culturale cittadino, in omaggio a una diffusa tradizione di committenza e mecenatismo civico.

22 marzo 2025 > 4 maggio 2025

Ingresso libero

 

Photo credit Umberto Favretto, Wladimir Zaleski

Mostra | L’ARRIVO DEI MAMELUCCHI Tappeti mediterranei da oriente a occidente

a cura di Giovanni Valagussa

 

Il 2025 a MITA Centro Culture si apre con un’esposizione dedicata ai tappeti delle coste del mediterraneo: un giro inatteso, sponda dopo sponda, per verificare come in vari luoghi si sviluppi quest’arte così tipicamente orientale, eppure ben presente dove non ci si aspetterebbe. L’ARRIVO DEI MAMELUCCHI. Tappeti mediterranei da Oriente a Occidente espone non semplicemente tappeti ma racconta gli scambi culturali, artistici e tecnici tra le sponde del Mediterraneo partendo dalla poderosa influenza dei raffinatissimi e rari tappeti Mamelucchi – circa 150 rimasti nel mondo tra musei e collezioni private –  realizzati al Cairo e in alcune manifatture del Nord Africa per arrivare agli intrecci dei tappeti della penisola iberica e della penisola italiana.

In questo periplo nel Mediterraneo, alcuni tappeti propriamente mamelucchi, cioè provenienti dall’Egitto, saranno contestualizzati nella diffusione più ampia della cultura araba, alla quale i Mamelucchi, la dinastia al potere nel Vicino Oriente dalla metà del secolo XIII al 1517, diedero indubbiamente notevole impulso grazie alla continuità di dominio e all’interesse per le arti. I tappeti mamelucchi saranno allora posti in dialogo con tappeti del Portogallo e della Spagna, ma anche del Marocco, oltre che appunto dell’Egitto e della Siria, per arrivare fino alla piccola sorprendente produzione detta dei tappeti rustici italiani, in Abruzzo. Rimane ovviamente fuori da questo ambito l’area dell’Anatolia, dove la presenza dei Turchi Ottomani crea un contesto culturalmente ben diverso e sviluppatosi più specificamente in epoca successiva.

Il panorama ‘mediterraneo’ si rivelerà così vario e affascinante, ma caratterizzato nel complesso da un clima fondamentalmente arabo, almeno per quanto riguarda i tappeti e più precisamente i loro motivi decorativi. Si potrà cogliere un gusto spiccatamente geometrico, fatto di elementi rettilinei continuamente spezzati come nei riflessi di un caleidoscopio, che si articola in sequenze ripetute identiche e all’infinito, quasi fossero dipendenti da modelli matematici. Anche la cromia, pur nelle differenti declinazioni, sembra limitarsi ad accordi sobri e raffinatissimi, che giocano su pochi colori. Su tutto questo ambito domina un rigido aniconismo, che sublima le scelte decorative in composizioni così rigorose da avvicinarsi a una sorta di perfezione astratta.

A questa rassegna farà da introduzione una ‘riscoperta’ del tutto particolare: nella splendida Sala delle Dame, nota tra gli esperti di tappeti come Sala dei Mamelucchi,  di Palazzo Martinengo Salvadego a Brescia, affrescata da Moretto e collaboratori per le nozze tra Girolamo Martinengo di Padernello ed Eleonora Gonzaga avvenute nel 1543, le nobili signore si affacciano a balaustre sulle quali sono appoggiati grandi e sontuosi tappeti, mamelucchi appunto, ed esclusivamente mamelucchi. Una presenza piuttosto rara, visto che il commercio di Venezia privilegiava i rapporti di scambio con Costantinopoli e l’Anatolia. Un’immaginifica riproduzione della sala, non una copia ma una restituzione visiva e spettacolare, sarà l’elemento contemporaneo di rilettura di questo poco noto ciclo di dipinti.

Il percorso della mostra permette di apprendere e riconoscere motivi comuni e differenze creative che si sono sovrapposti in circa quattro secoli di arte in mondi spesso in guerra ma sempre in contatto sulle vie dei mercanti e delle arti, rendendo il Mediterraneo un luogo unico per la storia dell’arte in generale e dei tappeti in particolare.

La mostra, a cura di Giovanni Valagussa, curatore di MITA Centro Culturale, sarà inaugurata sabato 8 febbraio con una lectio magistralis sui i tappeti mamelucchi del Dottore Alberto Boralevi, uno dei maggiori esperti mondiali nel mondo di tappeti e tessuti antichi, curatore, conferenziere e autore di numerose pubblicazioni.

 

8 febbraio 2025 – 4 maggio 2025

Ingresso libero

 

Photo credit Umberto Favretto, Wladimir Zaleski

Mostra | TURCHI DI TRANSILVANIA La strana storia dei tappeti anatolici nelle chiese protestanti e nei musei della Romania

a cura di Giovanni Valagussa

 

La terza mostra di MITA Centro Culturale sarà dedicata ai tappeti transilvani e alla singolare storia che li caratterizza: preziosi manufatti tessili che dall’Anatolia ottomana raggiungono le chiese di confessione cristiana protestante della Transilvana, regione della Romania che tra il XVII e XVIII secolo è all’acme della sua parabola storica ed economica.

TURCHI DI TRASILVANIA. La strana storia dei tappeti anatolici nelle chiese protestanti e nei musei della Romania raccontata, attraverso il suggestivo allestimento curato da Giovanni Valagussa, la curiosa vicenda di questa tipologia di tappeti è particolare sin dal nome; infatti, l’indicazione geografica che li identifica riguarda in realtà l’area di commercio e non quella di realizzazione.

Il nome di transilvani è però ormai entrato nella storia dei tappeti e nella loro tassonomia; soprattutto è la possibilità di vederne ancora numerosi esempi esposti a decorare le chiese riformate della Romania a confermare questa sorta di identificazione geografica sfasata, che ne accresce il fascino aprendo uno spiraglio sulla storia antica del loro viaggio dall’Anatolia verso l’Europa lungo le rotte commerciali balcaniche.

L’esposizione si concerta in particolare su una delle tipologie dei tappeti anatolici arrivati in Transilvania, i tappeti detti sajjada ovvero i tappeti di medie dimensioni che nella confessione islamica, stesi a terra, sono utilizzati per pregare. Si tratta dei tappeti che raffigurano il mihrab, la nicchia che si trova in ogni moschea e costituisce un aspetto focale del mondo islamico. La mostra espone i trentasei Transilvani a preghiera presenti nella Collezione Zaleski tessuti in diverse aree dell’Anatolia nel XVIII secolo e arrivati nell’Europa centrale, spesso nelle chiese riformate, appesi alle spoglie pareti, e nelle dimore dei ricchi mercanti e dei nobili con cui si fanno ritrarre. Il tappeto era considerato un oggetto prezioso, adatto ad essere donato alle chiese, e una sorta di status symbol con cui farsi ritrarre. La mostra si divide in tre sezioni, ognuna delle quali si sofferma su una realizzazione particolare di questi tappeti: i tappeti a una nicchia dai toni caldi dell’ocra e del rosso, nel cui campo, privo di ornamenti, sono riprodotti mihrab dai profili geometrici o sinusoidali; i tappeti a tripla arcata e colonne binate, il cui impianto ricorda quello utilizzato nelle architetture islamiche e nelle moschee soprattutto; infine i tappeti a doppia nicchia in cui la il mihrab viene specchiato per ovviare al divieto del Sultano di vendere ai mercanti europei lo strumento di preghiera islamico. La lana con cui sono tessuti è estremamente pregiata e gli eleganti motivi che ornano le bordure, il campo e i cantonali derivano da quelli nakkashane, lo scriptorium della Corte Ottomana, e le tessitrici li adottarono per una produzione orientata verso il mercato interno ma anche, appunto, per l’esportazione. Come il nome, è singolare anche la tessitura che sarà definita upside-down, ossia in direzione contraria al disegno per facilitare le tessitrici che senza cartone possono così realizzare gli articolati disegni dei cantonali ai lati del vertice del mihrab. E singolare è pure il fatto che tappeti preghiera sono conservati in perfette condizioni proprio perché non utilizzati ma custoditi appesi in chiese cristiane come ornamenti di grandissimo pregio. In questo percorso i tappeti sono accompagnati da fondi d’oro in cui si riconoscono le stesse geometrie dei mihrab in architetture cristiane orientali.

La mostra sarà inaugurata il 24 ottobre 2024 con la lectio magistralis di Stefano Ionescu, tra i massimi esperti dei tappeti transilvani nonché autore del fondamentale volume The transylvanian heritage. Ottoman carpets 1450 to 1750. A new perspective, nel quale sono pubblicati alcuni esemplari della Collezione Zaleski e in cui per la prima volta si affronta il tema nella sua complessità e con rigoroso metodo scientifico. L’esposizione, che si concluderà il 6 gennaio 2025, permetterà così di narrare attraverso questi manufatti tessili il proficuo intreccio economico e culturale tra l’Europa e l’Anatolia Ottomana, attraverso un percorso alternativo rispetto alla più nota via marittima.

 

24 ottobre 2024 > 06 gennaio 2025

Ingresso libero

Photo credit Wladimir Zaleski

Mostra | ROMANINO E IL BUON SAMARITANO Il ritorno di un quadro scomparso

a cura di Giovanni Valagussa

 

Attraverso la mostra ROMANINO E IL BUON SAMARITANO. Il ritorno di un quadro scomparso Fondazione Tassara annuncia la nuova acquisizione, ovvero il dipinto Il buon Samaritano di Girolamo Romanino.

Con l’ingresso di questo dipinto nella Collezione, Fondazione si arricchisce ulteriormente, andando così ad affiancare al patrimonio tessile un’opera pittorica.

Fondazione, non appena entra in contatto con il dipinto di Romanino, nei primi mesi del 2022, fu colpita dalla profondità espressiva trasmessa dal volto del buon Samaritano, colto nell’atto di prendersi cura con dignità e pietas di uno sconosciuto in difficoltà.

Proprio il profondo significato della parabola e il fatto che il dipinto sia stato per secoli in collezioni private, prima nella Fenaroli Maffei e poi in quella del celebre storico dell’arte ‘maestro di maestri’, Piero Tosca, e che sia comparso in sole due occasioni, nelle mostre del 1965 e del 2006, ha spinto la Fonazione ad acquistare l’opera nell’ottica di metterla a disposizione della città di Brescia e di tutti i visitatori di MITA.

Attraverso questo gesto Fondazione Tassara vuole essere al servizio e parte di quel ricchissimo patrimonio civico della città e della provincia: è un atto di generosità attraverso l’arte, nello spirito di Romain Zaleski che volle e sostiene la Fondazione.

La riscoperta di questo dipinto è anche l’occasione per approfondire un’opera che lascia aperti molti interrogativi a partire dal committente e dall’occasione precisa della sua realizzazione. Infatti la parabola evangelica è raramente presente nell’arte figurativa italiana ed europea in genere. Al centro del quadro si riconosce il cuore del racconto: a terra appare il viandante, spogliato dai suoi abiti, ferito e inerme. Su di lui si china il buon Samaritano per curare la ferita; una ferita al costato, che potrebbe implicare un riferimento alla stessa ferita di Cristo in croce. Un altro forte riferimento cristologico è il grande tronco scuro, che simboleggia la croce. Costruito così lo spazio centrale su una struttura piramidale, Girolamo Romanino ambienta gli altri passaggi del racconto a destra e a sinistra, dividendo con precisione antefatti e conseguenze.

La scelta della raffigurazione di un episodio così particolare non può essere casuale e permette di ipotizzare una relazione con un atto di beneficenza, forse all’interno della nascita delle confraternite.

Che si tratti di una committenza privata lo conferma il formato e altresì i particolari del quadro, come il volto ritrattistico del buon Samaritano e l’elemento del tutto nuovo rispetto al racconto rappresentato dalla spada al fianco, che permette di immaginare uno straniero a Brescia a metà del Cinquecento, come committente. Questo dipinto così anomalo non sembra avere derivazioni, copie o ulteriori interpretazioni oggi note. Ne esiste soltanto una incisione di Georg Pencz, datata 1543 ed eseguita dunque probabilmente durante o subito dopo il secondo viaggio in Italia del pittore e incisore tedesco.

La parabola, fedelmente riporta, dice anche altro, oltre alla vocazione individuale, dando aggiuntivo significato all’acquisizione: dove il Samaritano affida il ferito all’albergatore, pagandolo e pregando di curarlo, essa spiega che l’atto d’amore senza una “istituzione” strutturata, l’albergo, e senza una donazione di denaro per il suo sostegno non troverebbe completezza. Si sottolinea così la necessità che quell’atto d’amore sia completato da una cosa molto simile se non perfettamente coincidente con le associazioni di volontariato e le Fondazioni filantropiche che raccolgono e mettono a disposizioni risorse per il prossimo senza fare distinguo, costituendo lo straordinario tessuto delle virtù civiche solidaristiche.

È la dimostrazione del linguaggio universale di Romanino al punto che il buon Samaritano

può essere considerato il simbolo delle secolari virtù civiche del territorio bresciano e non solo.

Il dipinto potrà essere ammirato negli spazi di MITA Centro Culturale dal 30 maggio al 14 luglio.

 

30 maggio – 14 luglio 2024

 

Ingresso libero

 

Photo credit Wladimir Zaleski

Girolemo Romanino Il buon Samaritano – particolare spada
Girolamo Romanino Il buon Samaritano 1543 circa olio su tela MITA Centro Culturale Brescia
Girolamo Romanino Il buon Samaritano – particolre ferita sul costato curata dal Samaritano
Girolamo Romanino Il buon Samaritano – particolare il Samaritano consegna il viandante alla locanda

Mostra | MASTERPIECES – CAPOLAVORI Ancient Rugs from Eurasia -Tappeti antichi dall’Eurasia

a cura di Giovanni Valagussa

 

La prima mostra a inaugurare gli spazi di MITA si compone di una raffinata selezione di tappeti antichi, più di 20 manufatti tessili, scelti dal curatore Giovanni Valagussa, e databili tra il XVI e il XIX secolo, che invitano a un viaggio nel tempo e nello spazio alla scoperta di culture vicine e lontane.

A partire dal 14 ottobre MASTERPIECES presenta alcuni dei capolavori dell’immensa collezione Zaleski, da un rarissimo tappeto della Polonia degli inizi del XVIII secolo fino alla Cina, manufatti antichi dal Caucaso e dall’Anatolia, dalla Persia e dall’India, fino a un immenso tappeto egiziano.

Tra le opere in esposizione – allestite a parete, sospese alla balconata oppure stese a terra – esemplari di tappeti magnifici sia per i temi decorativi rappresentati sia per provenienze e datazioni. Tra questi un tappeto della dinastia Ming risalente metà del XVI secolo, dalle grandi dimensioni. Concepito probabilmente per l’arredo di una sala di palazzo di età imperiale, è considerato un capolavoro particolarmente raro poiché è molto difficile trovare modelli di questo tipo, spesso ridotti allo stato di frammenti, anche a causa delle vicende storiche susseguite alla fine dell’impero nel 1912. Il grande tappeto a scudi del Caucaso Orientale, risalente al XVIII secolo, è un esemplare straordinario per la complessità della decorazione con motivi geometrici ripetuti, i profili aguzzi e i colori vivaci, tipici di

quella zona, mentre il tappeto Tabriz è un tipico modello di tappeto a ‘giardino’ della Persia nordoccidentale, con parchi immaginari popolati da animali e piante, in mostra proposto nella variante ‘di caccia’, con uomini impegnati nell’attività venatoria che rincorrono gli animali selvatici in fuga, disegnati con grande precisione e inseriti all’interno di eleganti decorazioni.

L’allestimento è stato studiato in modo che in ognuna delle nuove sale di MITA sia presente almeno un esemplare proveniente dalle 7 macro-aree geografiche nelle quali è possibile suddividere la Collezione: Europa e Africa settentrionale (paesi mediterranei), Anatolia, Caucaso, Persia, India, Asia Centrale (l’antica area del Turkestan), Estremo Oriente (Cina e Giappone). A partire da questo primo nucleo di capolavori – perlopiù per la prima volta visibili al pubblico – è possibile approfondire lo studio, la comprensione e le modalità di realizzazione delle opere tessili della Collezione, ragionando sulle aree di origine e costruendo nel tempo un itinerario di conoscenza storica delle culture extraeuropee, spesso lontanissime, che hanno concepito manufatti tanto eccezionali.

MASTERPIECES Ancient Rugs from Eurasia è una sorta di affresco corale in cui i capolavori della Collezione, così estesa nel tempo e nello spazio, saranno accompagnati da iniziative di divulgazione e approfondimento.

 

14 ottobre –  10 dicembre 2023

Ingresso libero

Photo Credit Leo Torri